Occupazione: fuori o dentro l'Italia?

25 Giugno 2013

lorem Dall'Osservatorio Asia e dal Fondo Mandarin emergono elevate richieste di figure professionali altamente qualificate che sono alla ricerca di reddito e dinamismo , all'interno di una società in continua crescita come quella cinese, contrapposta alla decadente realtà europea. A tali richieste già novemila giovani italiani, seri e preparati, hanno risposto positivamente: hanno fatto le valigie e sono andati a vivere in Cina per trovare lavoro, per essere occupati, fare esperienza, imparare, mettere lo stage nel curriculum per un eventuale futuro impiego. E poi, proprio questi novemila italiani hanno fondato l'Associazione Giovani Italiani in Cina (Agic). I grandi resort internazionali e i ristoranti italiani in Cina sono pieni di personale italiano qualificato. Il fenomeno non è solo italiano ma è globale: gli ingegneri spagnoli cercano lavoro in Messico, quelli portoghesi in Brasile e Angola. I cervelli italiani più preparati e disponibili ambiscono alle Università statunitensi, ma sono disponibili a svolgere lavori sottopagati a New York, Londra o Berlino. I responsabili di questa migrazione fuori dal Paese? Per rispondere al quesito dobbiamo tornare indietro nel tempo, partendo dagli anni 70, quando non solo i politici hanno permesso l'aumento incontrollato del pubblico impiego, della spesa e del debito pubblico , ma anche economisti, sindacalisti e banchieri hanno fatto la loro parte, per non aver contrastato il modus operandi dei politici e, rimanendo in silenzio, hanno contribuito insieme al collasso del sistema italiano. I più pessimisti sostengono che per l' Italia non sarà possibile, per almeno decenni, creare nuovi sbocchi lavorativi :il nostro Paese non è competitivo su scala globale, manca lo sviluppo e non vi sarà occupazione neanche per gli italiani che devono ancora nascere. I nostri giovani saranno costretti ad andare a lavorare all'estero e questo rappresenterebbe un doppio fallimento per il sistema italiano: l'utilizzo a vuoto delle risorse pubbliche utilizzate per la formazione professionale di quelle persone che poi andranno a spendere all'estero le competenze acquisite; la perdita di quest'ultime, o la mancata acquisizione di nuove, per via di una inoccupazione protratta per oltre due/tre anni. Tenuto conto che i Paesi emergenti hanno bisogno di professionalità, quelli industrializzati di cervelli, individualità, buona volontà, in Italia, invece, delle alte qualifiche non sappiamo che farne. Per i catastrofisti sarebbe doveroso da parte dello Stato italiano quantomeno creare una sorta di "agenzia di collocamento internazionale" col compito di negoziare con gli altri governi un sistema complesso fatto di opportunità , crescita e tutela dei nostri giovani all'estero. Meno male che qualcuno, ancora oggi, rimane ancora ottimista e vede di buona luce l'intento da parte del governo italiano di destinare un miliardo di euro alla crescita occupazionale, soprattutto giovanile, accompagnato da una decontribuzione per le piccole e medie imprese che decidono di aumentare la propria base occupazionale assumendo con nuovi contratti a tempo indeterminato. A questi si aggiunge una maggiore flessibilità all'entrata apportata grazie a sostanziali modifiche alla riforma Fornero. Auspichiamo che l'impegno del governo Letta si concluda entro la fine dell'estate, e che possa operare, a breve termine, le riforme necessarie a favore dell'occupazione e aiutare le imprese messe in ginocchio dalla crisi economica che attanaglia il nostro Paese.

Stefania Casamichele

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